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Da IPv4 a IPv6, l’adozione e l’abbandono PDF Stampa E-mail
Mercoledì 04 Marzo 2015 11:00

Da IPv4 a IPv6, l’adozione e l’abbandono

Gennaio 2011, aprile 2011 e settembre 2012. Sono le tre date in cui tre registri internazionali (IANA, APNIC e RIPE) hanno annunciato la fine degli indirizzi IPv4 gestibili e l’assegnazione dell’ultimo blocco disponibile. In una situazione del genere, verrebbe subito da pensare che la mancanza di indirizzi IPv4 porti in modo automatico a una più graduale adozione del protocollo IPv6, ma questa deduzione logica non sembra corrispondere alla realtà.

Di ragioni perché il sistema Web non funzioni come da raziocino sono tante e nel corso di tre appuntamenti settimanali dedicati all’adozione del protocollo IPv6 si analizzeranno tutte, per meglio comprendere come mai il protocollo IPv4 è ancora qui a sostenere le attività Internet.

La prima ragione sembra avere carattere business.

In media, un cliente di hosting Web non è convinto di passare a una nuova tecnologia se la stessa non è adottata dal 95 percento del mercato. Questo potrebbe essere vero anche per la transizione da IPv4 a IPv6 e finché il nuovo protocollo non raggiunge quote di mercato pari o superiori al 95 percento, è difficile che i clienti accettino di buon grado un passaggio forzato da una all’altra tipologia di infrastruttura.

Ora, ogni singolo server che necessita di un indirizzo IP è capace di ospitare decine, centinaia (e purtroppo anche migliaia) di siti Web, a tal punto che il costo del singolo IP per la macchina, spalmato su ogni cliente, diventa davvero irrisorio.

Se, ad esempio, un indirizzo IP dovesse costare 100 euro al mese (un valore che in media è 100 volte quello reale), il cliente medio un hosting che ospita 100 utenti su un singolo server Web non si preoccuperà del costo di 99 centesimi in più, soprattutto se questo balzello gli permette di essere meglio raggiunto dai potenziali visitatori.

D’altra parte, il guadagno di 100 euro al mese per il provider è un business di non poco conto, soprattutto se si contano gli indirizzi IP associati a ogni singola macchina. E questo ragionamento è vero anche se l’indirizzo IP dovesse costare solo 10 euro al mese per macchina.

Adozione IPv6 e abbandono IPv4, responsabilità degli ISP?

In pratica, si crea il tipico scenario in cui è la clientela che determina la domanda e il provider dovrà accontentare il cliente nella fornitura di un indirizzo IPv4, proprio perché il protocollo IPv6 non ha raggiunto quel grado di adozione sul mercato che indirizzi la domanda della clientela verso l’IPv6.

Finché non si raggiunge, quindi, quel grado di adozione del 95 percento, l’IPv4 non sembra destinato a scomparire.

E per ogni host che continua a offrire indirizzi IPv4 solo per avere buon mercato, non c’è alcun vantaggio nel passaggio all’IPv6, a meno che gli ISP non decidano di convertire tutte le proprie infrastrutture verso questo nuovo formato.

È come il cane che si morde la coda. I provider non sono in grado di abbandonare l’IPv4 fino a quando l’IPv6 non ha il giusto supporto e l’IPv6 non offrirà i giusti vantaggi economici fino a quando l’IPv4 non verrà abbandonato dagli hoster e, soprattutto, dagli ISP.

La domanda a cui bisogna quindi rispondere è la seguente: come si arriva al 95 percento dell’adozione per l’IPv6? La risposta è banale quasi quanto la domanda: i fornitori Internet devono supportare questo passaggio totalmente.

Ad esempio, se uno dei qualsiasi grandi ISP nazionali decidesse di convertire all’IPv6 tutta la propria clientela residenziale e business, si raggiungerebbe immediatamente una quota di mercato di adozione tale da iniziare a spingere i clienti degli hosting provider a guardare, quanto meno, a una configurazione ibrida, a prescindere dal costo.

Allora, l’attenzione sul passaggio dall’IPv4 all’IPv6 va spostata su un’altra questione: cosa stanno facendo gli ISP?

A questa domanda, si risponderà nel corso del prossimo appuntamento.

 

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